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Nella valle di Elah PDF Stampa E-mail
Suoni e Visioni - Suoni e Visioni
Scritto da Simone Colzani   
Giovedì 13 Dicembre 2007 16:58
 Quasi 3000 anni fa, nella Valle di Elah si scontrarono Davide e Golia: inaspettatamente il primo vinse, sconfiggendo il poderoso avversario. Da questo episodio storico (e dalla narrazione che ne fa Tommy Lee Jones in versione "nonno") trae il nome quest'opera, che segnerà, viste le abbondanti recensioni positive (e le incombenti elezioni Presidenziali), i prossimi Oscar.
La citazione storica è azzeccata, anche se i due contendenti moderni non sono definiti: nel suo film Paul Haggis non lascia tracce evidenti, gioca a confondere lo spettatore, abbandona qua e là indizi che paiono irrilevanti. Chi è Davide? La resistenza irachena? La mente dei giovani soldati mandati allo sbando? E' una ricerca che gli attori interpretano mirabilmente. E l'esito è tutt'altro che scontato.

La trama vede Hank Deerfield (TLJ), ex poliziotto militare nonché reduce di guerra, ricevere una chiamata... 
dalla base dove vive il proprio figlio, assente ingiustificato al ritorno dall'Iraq. Per affetto paterno e senso del dovere inizia la sua ricerca personale: purtroppo per lui scoprirà ben presto il triste destino della prole. Sua spalla nell'ulteriore ricerca che ne seguirà sarà l'ispettore Emily Sanders, interpretata da Charlize Theron, imbruttita quanto basta per risultare sorprendentemente convincente come detective cinica e determinata.
Alla fine, entrambi scopriranno la verità, ma per uno questo significherà ammettere di non aver conosciuto suo figlio, mentre per l'altra sarà la riprova che la guerra è un errore alla base di tragedie personali (il padre è stato veterano) e sociali (la città in cui vive è segnata da episodi di violenza).

Proprio sul tema bellico Paul Haggis compie un lavoro non indifferente, smascherando il tema della guerra come esportazione di democrazia. Non è una denuncia retorica, ma un lavoro sobrio, da investigatore della mente umana. Ormai la sconfitta si profila all'orizzonte: se non sul piano fisico, per lo meno su quello mentale, visto che migliaia di reduci mostrano sempre più i segni inequivocabili dello squilibrio mentale.
Una asciutta Susan Sarandon rispecchia queste aspirazioni, quando fa da contraltare all'onore militare. E' una madre come tante altre, ha perso un figlio in guerra (è il secondo), ma proprio per questo non si rassegna all'ineluttabile.

Forse non varrà un'inchiesta di Michael Moore, però le vicende del padre che cerca la verità sulla morte del figlio, avvenuta su suolo americano, fanno riflettere. Come pure sono un valido spunto di riflessione molti elementi: lo sfondo (il classico midwest), la città cresciuta attorno all'immancabile base militare, i nostri ragazzi che tornano a casa irriconoscibili, il Sogno Americano che si trasforma in incubo.
Alla fine rimarrà un interrogativo: cosa diamine sta accadendo a questo mondo, se uccidiamo persino quelli che hanno combattuto con noi? Sicuramente un j'accuse pesantissimo per l'Amministrazione Bush, che questa guerra in Iraq ha voluto e pasciuto, contro tutte le evidenze, andando a fomentare un genocidio a lunga scadenza, sia tra i nemici che tra le proprie fila.

E una cosa sarà chiara agli spettatori: quella bandiera è stata appesa al contrario per tutti noi.
 
kolza