| Million Dollar Baby |
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| Suoni e Visioni - Suoni e Visioni |
| Scritto da Francesca |
| Martedì 07 Novembre 2006 17:54 |
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Regia: Clint Eastwood Sono anni ormai che Clint Eastwood non combatte più con lo storico stereotipo del cowboy dagli occhi di ghiaccio che Leone gli aveva praticamente cucito addosso. “Million Dollar Baby” è un’opera matura, di grande impatto visivo ed emotivo. La pellicola racconta, seppure in versione romanzata, una storia vera… ma Eastwood non si adagia su questa garanzia e preferisce non lasciarsi affascinare da cliché sul binomio cinema/pugilato. Maggie Fitzgerald non è Rocky Balboa al femminile. Tutto ha inizio una notte in una palestra di periferia, dove già c’è l’eco stanca della voce narrante: uno strepitoso Morgan Freeman, modesto custode, onnipresente spettatore e soprattutto saggio narratore, come il miglior Red, direttamente da “Le Ali Della Libertà”. Solo nel buio del proprio ufficio il grande Frank (chi se non Eastwood stesso…) legge il gaelico e pensa al dolore, come non pensarci se si allenano i ragazzi a prenderle di santa ragione prima di assestare il colpo della vittoria? Il burbero rifiuta numerose volte di allenare, fin quando la testardaggine di lei e il buon cuore di lui non li portano a intraprendere il cammino del successo. Insieme. Del resto capiamo come in realtà stiano le cose: lei, orfana di padre e con una pessima famiglia alle spalle, lui con un disastroso rapporto con la figlia da ricucire, i due hanno in realtà bisogno l’uno dell’altra più di quanto credano. E’ qui che il moralismo di Eastwood regista fa il suo ingresso: in un blockbuster qualunque l’affetto dei due sarebbe maturato in amore prima dei 90 minuti di film, generando una serie di eventi che avrebbero condotto la pellicola in pessime lande. Ma il rapporto paterno che si instaura tra i due rimane tale fino alla fine, quando vediamo un Frank che disperato deve porre fine alle sofferenze del suo tesoro, del suo sangue. Moralismo sia allora, decide Eastwood, ma un moralismo personale e insindacabile, data la sottile e mai irrispettosa ironia con cui il suo personaggio si accosta alla chiesa, senza comprenderne apparentemente i dogmi. Toccando con delicatezza lo spinoso tema dell’eutanasia, il regista riesce a non precipitare in pedanti sequenze “da ospedale”, non si abbandona allo spreco di lacrime o di picchi emotivi ingiustificati. La sofferenza della ragazza è muta, disperata e disarmante; quella del suo mentore è ferma, misurata ma non meno intensa. Con la morte della sua allieva il mentore perde tutto, ci dice la voce di Freeman, perde l’unica cosa che davvero aveva; così alza i tacchi e se ne va, chiudendosi la porta alle spalle, non li rivedremo più. L’oculatezza con cui si distribuisce il carico emotivo nel film è magistrale, ogni gesto, ogni parola è messa al suo posto e non potrebbe stare in un altro, complice la bravura della Swank e dello stesso Eastwood, nonché una fotografia cupa che conferisce ai dialoghi faccia a faccia un originale tocco intimista. La colonna sonora, quasi interamente composta dallo stesso Eastwood, non incornicia la narrazione ma la plasma fino a comporre un tutto organico insieme con la componente visiva, la recitazione e i dialoghi mai melensi. Questo è tutto tranne un film sulla boxe. |





