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Come il Parlamento italiano appoggia la mafia PDF Stampa E-mail
Italia - Italia
Scritto da Antonella Randazzo   
Martedì 31 Luglio 2007 01:00
 Cosa Nostra, 'Ndrangheta, Camorra, e tutte le altre organizzazioni criminali mafiose che operano sul nostro territorio sono oggi più forti che mai. Si dice che ciò sia dovuto al fatto che lo Stato si disinteressa al problema, ma se analizziamo meglio le cose emerge che il nostro potere legislativo si interessa moltissimo alla mafia, ma non per combatterla, bensì per sostenerla e proteggerla.
 
Dopo il 1992, il nostro Parlamento ha approvato una serie di leggi a favore dei mafiosi, ad esempio, per far riciclare più facilmente il denaro sporco, per permettere di sfuggire alla giustizia o di rimanere in carcere il meno possibile. La mafia è oggi fortissima grazie al Parlamento e al governo.
Diversi magistrati, come Nicola Gratteri, denunciano questa situazione da anni, dimostrando come il loro lavoro, a causa delle leggi pro-mafia, subisce continui rallentamenti, ostacoli e frustrazioni.
Le leggi pro-mafia...
non sono una novità degli ultimi anni. A lungo le nostre istituzioni hanno cercato di negare il fenomeno mafioso inquadrandolo all'interno di una definizione generica di "bande di delinquenti" e facendo in modo che i mafiosi la facessero franca.

Per molto tempo le leggi contro la mafia praticamente non esistevano, dato che il fenomeno veniva minimizzato o negato. Ad esempio, il Cardinale di Palermo Ernesto Ruffini, dopo l'attentato di Ciaculli (1963), scrisse al Segretario di Stato Vaticano Cardinal Amleto Giovanni Cicognani che "la mafia era un'invenzione dei comunisti per colpire la D.C. e le moltitudini di siciliani che la votavano". (1) Per alcuni deputati la mafia era "un'esagerazione della stampa". (2) 
Soltanto nel 1982, dopo l’uccisione di Pio La Torre e del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, venne approvata la legge La Torre (n. 646, G. U. n. 253 del 14 settembre 1982) in cui per la prima volta si definiva il delitto di "associazione di tipo mafioso".

Quando l'esistenza della mafia fu una volta per tutte ammessa, ai parlamentari non rimaneva altro che sabotarne la lotta. Numerosi esponenti della magistratura hanno denunciato (e continuano a denunciare), diverse tecniche di sabotaggio. Ad esempio, il 27 maggio 1992, il Presidente del tribunale di Caltanissetta Placido Dall’Orto, che doveva occuparsi delle indagini sulla strage di Capaci, si trovò in gravi difficoltà: "Qui è molto peggio di Fort Apache, siamo allo sbando. In una situazione come la nostra la lotta alla mafia è solo una vuota parola, lo abbiamo detto tante volte al Csm". (3)

Dalla seconda metà degli anni Ottanta e fino alla morte di Falcone e Borsellino, gli italiani vissero un periodo di entusiasmo e di fiducia nella possibilità di distruggere la mafia. La sconfitta del terrorismo aveva fatto sperare che anche contro la mafia sarebbe stata utilizzata la stessa determinazione. Racconta Giuseppe Di Lello, magistrato del pool:
"Il nostro lavoro non aveva contribuito soltanto a fare chiarezza sul livello militare della mafia. Aveva liberato molte forze della società civile e favorito un processo di avanzamento del fronte progressista culminato con la 'primavera di Palermo'... c'era un interesse politico perché la 'primavera' avesse una conclusione plateale... L'attentato all'Addaura, per esempio, si inseriva perfettamente nella strategia di attacco al pool e a tutto ciò che esso rappresentava. In quel momento Falcone capì anche che la bomba poteva arrivare in qualsiasi momento e da qualsiasi ambiente... L'opera di screditamento è continuata anche dopo il fallimento dell'attentato... Poi era spuntato il 'corvo' che aveva sparso i suoi veleni con le lettere anonime... dietro la vicenda c'erano ambienti e uomini dello Stato che scrivevano su carta intestata del Ministero dell'Interno". (4)
Con l'omicidio di Falcone e Borsellino hanno voluto spazzare via la speranza che la "primavera di Palermo" aveva creato. Hanno voluto dire agli italiani: "rassegnatevi alla mafia, perché se anche ci fosse qualcuno capace di estirparla, ciò sarà impedito". Dopo questi omicidi, fu evidente la spaccatura fra la gente comune e le istituzioni, che avevano mostrato di non avere alcuna intenzione di distruggere la mafia. Dopo l'omicidio di Borsellino i cittadini palermitani si sollevarono furiosi contro le istituzioni, e i funerali del magistrato si celebrarono in forma privata, attestando lo scollamento fra i parenti delle vittime della mafia, coloro che lottavano contro la mafia e le istituzioni politiche che avevano mostrato ampiamente da che parte stavano.

Oggi i magistrati non si limitano a denunciare la grave situazione di forza della mafia, ma hanno idee su come si dovrebbe affrontare la lotta antimafia. Nella trasmissione "Telecamere", mandata in onda il 20 novembre del 2006, il Ministro della Giustizia Clemente Mastella ha cercato di zittire il magistrato Nicola Gratteri che, rispondendo alla domanda della presentatrice Anna La Rosa su cosa si dovesse fare per combattere efficacemente la mafia, aveva detto: "L'opposto di quello che è stato fatto negli ultimi dodici anni".
Mastella, rivolgendosi a un magistrato che è costretto a vivere blindato per aver avuto il coraggio di capire cos'è davvero la 'Ndrangheta, anziché mostrare il massimo rispetto, disse nervosamente che egli doveva limitarsi a fare "il suo mestiere" che al resto ci pensavano loro (i politici). Il comportamento arrogante del ministro ha dimostrato, semmai ce ne fosse stato bisogno, quanto poco i nostri politici siano interessati a capire qual'è la strada giusta per contrastare la mafia. Se fossero realmente interessati a questo, si varrebbero delle indicazioni di magistrati estremamente competenti, anziché disprezzarli con sussiego. Il comportamento di Mastella non lascia dubbi sulla solitudine in cui i magistrati sono abbandonati, oltre che sul disprezzo con cui le nostre autorità politiche guardano tutti coloro che realmente vorrebbero migliorare il nostro paese. Mastella è un degno esponente di una classe politica che costringe i magistrati integri a vivere praticamente reclusi, mentre i capimafia vivono tranquillamente liberi, e indisturbati attuano i loro crimini.

Secondo Gratteri per contrastare la mafia occorre "Abolire il patteggiamento allargato per i reati di mafia e prevedere le notifiche tramite internet agli avvocati".
La legge detta del patteggiamento allargato, è entrata in vigore il 29 giugno 2003 (Legge 12 giugno 2003, n. 134, "Modifiche al codice di procedura penale in materia di applicazione della pena su richiesta delle parti". G. U. n. 136 del 14 giugno 2003). La legge è stata approvata con 261 voti favorevoli, 160 contrari e 7 astenuti. Fu votata dall'allora maggioranza, mentre l'opposizione votò "no", ma oggi l'attuale maggioranza non l'ha abolita. Si tratta di strategie per mantenere il consenso e la fiducia dei cittadini: la maggioranza approva leggi vergognose, e l'opposizione mostra di rifiutarle, cosicché alle successive elezioni gli elettori voteranno l'altra coalizione, che però si guarderà bene dall'abolire quelle leggi che in precedenza non aveva votato.
Questa legge permette ai mafiosi di richiedere l'applicazione del rito alternativo. Nell'Art. 1 la legge dice:

"L'imputato e il pubblico ministero possono chiedere al giudice l'applicazione, nella specie e nella misura indicata, dì una sanzione sostitutiva o di una pena diminuita fino a un terzo, ovvero di una pena detentiva quanto questa, tenuto conto delle circostanze a diminuita fino a un terzo, non superi cinque anni soli o congiunti a pena pecuniaria".

La legge introduce due forme di patteggiamento: una prevede l'applicazione della pena detentiva massima di due anni (sola o con pena pecuniaria) con riduzione fino a un terzo, l'altra prevede l'applicazione della pena detentiva da due a cinque anni (sola o con pena pecuniaria). Questo significa che il magistrato si troverà presto ad avere a che fare ancora con le stesse persone mafiose che pochi anni prima era riuscito a far condannare.
Un altro metodo importante ed efficace per combattere la mafia è l'intercettazione telefonica. Per questo motivo il nostro Parlamento sta cercando di limitarla o impedirla. Per nascondere il vero motivo, le autorità ci inducono a credere che il loro intento è quello di proteggere la privacy dei cittadini. In realtà, se l'oligarchia dominante lo decide, ognuno di noi può essere controllato, e se anche i cittadini controllati riuscissero a provare i comportamenti illegali, sarebbero costretti a constatare che nessun responsabile sarà trovato, come purtroppo è già accaduto. Ciò prova che alle nostre autorità non interessa nulla della nostra privacy, esse vogliono limitare l'azione dei magistrati, che attraverso le intercettazioni potrebbero ricostruire i rapporti fra mafiosi e politici.

Come spiega il magistrato Luigi De Magistris, oggi la mafia è ben inserita nell'ambiente finanziario, politico ed economico. Esiste una rete che ha l'obiettivo di controllare tutti i finanziamenti pubblici, specie quelli europei, coinvolgendo politici e finanzieri in tutta Italia. Utilizzare le intercettazioni significa, prima o poi, trovare elementi che possano provare tali legami, e smascherare quei politici che mentendo si professano estranei alle reti mafiose.
In passato le intercettazioni hanno fatto emergere cose altrimenti difficili da provare. Ad esempio, durante una telefonata intercettata il 5 marzo 2004, Luciana Ciancimino diceva al fratello Massimo che "Gianfranco", personaggio vicino a Silvio Berlusconi, l'aveva invitata alla festa per i dieci anni di Forza Italia, a Palermo. Massimo Ciancimino rispose che si doveva partecipare alla manifestazione, anche per poter restituire a Berlusconi un assegno di 35 milioni che anni prima era stato dato al padre. L'indagine su Massimo Ciancimino, figlio del mafioso ex sindaco di Palermo, ha consentito alla magistratura di stabilire presunti legami fra Ciancimino padre e la Fininvest.
Grazie a testimoni e a intercettazioni, il Pm di Potenza Henry John Woodcock ha scoperto una rete affaristica e mafiosa fra massoni, politici e mafiosi (a volte le tre definizioni coincidono in un'unica persona).

Massimo Pizza, arrestato nell'ambito dell'inchiesta su traffici in Somalia, ha confermato che esiste una rete che collega affaristi, politici, massoni e mafiosi: "Sono due, le gran logge d'Italia da tenere d'occhio. Una in Calabria, l'altra in Basilicata. Se lei (riferito al Pm Woodcock, ndr) va a vedere i componenti per esempio della loggia di Calabria e va indietro, ricostruisce esattamente una parte di rapporti italiani che ci sono stati, ma ricostruisce la trasformazione organica della criminalità organizzata calabrese all'interno delle istituzioni a livelli altissimi". (5)
Sono state utili all'indagine alcune intercettazioni sulla realizzazione di un rigassificatore al largo di Livorno. I due interlocutori erano Giampiero Del Gamba, dirigente dell'Udc di Livorno, e Valerio Bitetto, amministratore della Tecnoplan. I due, intercettati nel periodo dicembre 2006/gennaio 2007, parlavano di come eliminare ogni ostacolo grazie all'appoggio del governo.
Bitetto chiedeva "che rapporti ha con Enrico Letta?", Del Gamba rispondeva: "Qui ci sono dei rapporti qui da noi, eh? Con Letta, sì, sì!". In un'altra conversazione Bitetto diceva: "Senti, invece, siccome è ormai ufficioso il negoziato tra Casini e Prodi, allora in questo negoziato soprattutto penso che l'ostacolo che vogliono rimuovere è: sono stanchi di accettare il ricatto di Pecoraro Scanio che ha bloccato tutto... allora c'è un pacchetto di cose che secondo me finiranno al tavolo della trattativa. A me, per i nostri progetti, mi interesserebbe un appoggio". Del Gamba rilanciava: "Mi ha chiamato ieri Casini, ma ero in macchina e poi gli è entrata gente in stanza e non ha potuto proseguire il discorso, ma se non è oggi, è subito dopo le feste che mi richiama, perché dobbiamo metterci d'accordo su alcune cose che non funzionano all'interno del partito, capito? Per cui ho l'opportunità di vederlo, di incontrarlo, e poi dirglielo in maniera seria, concreta, ecco, capito?". (6)
Bitetto, peraltro, sarebbe anche coinvolto nelle indagini su Massimo Ciancimino. All'interno della Tecnoplan, società di Bitetto, ci sarebbe un prestanome di Ciancimino, Gianni Lapis. Del Gamba fu arrestato nel 1996 per l'inchiesta sulle Ferrovie.

Da tutto questo si capisce cosa spinge il nostro Parlamento ad approvare leggi che possano limitare o impedire le intercettazioni.
Con la Legge n. 281/06 del 20 novembre 2006, GU n. 271 del 21 novembre 2006, sulle "disposizioni urgenti per il riordino della normativa in tema di intercettazioni telefoniche" si è iniziato il percorso atto a limitare o impedire la possibilità di utilizzare le intercettazioni telefoniche. Al centro della legge c'è l'esigenza che le intercettazioni non appaiano sui mass media. La legge mira ad intimidire gli editori e i giornalisti, comminando sanzioni che prevedono addirittura il carcere fino a quattro anni e multe fino a 1.000.000 di euro.
Sotto il governo precedente, come tutti sanno, le cose per l'antimafia non andarono certo meglio. Il centro-destra inserì nel Parlamento personaggi inquisiti per mafia, come Gaspare Giudice e Marcello Dell’Utri, in segno di disprezzo assoluto verso la legalità e le istituzioni. Divennero ministri personaggi come Pietro Lunardi, che aveva il coraggio di sostenere che si doveva "convivere con la mafia", che equivale a dire di dover accettare il crimine e la violenza. In altre parole, un ministro della Repubblica chiedeva con disinvoltura ai cittadini di accettare una realtà antidemocratica, criminale e civilmente involuta.

Oggi, come molti sanno, il nostro Parlamento è pieno di persone che hanno avuto condanne penali, come Massimo Maria Berruti (deputato FI), Giampiero Cantoni (senatore FI), Marcello Dell’Utri (senatore FI), Gianni De Michelis (deputato Nuovo Psi), Gianstefano Frigerio (deputato FI), Walter De Rigo (senatore FI), Giorgio La Malfa (deputato Pri), Calogero Sodano (senatore Udc) e Vincenzo Visco (deputato Ds). Altri sono stati assolti per "prescrizione", come Giulio Andreotti e Silvio Berlusconi. Nessuno di noi assumerebbe queste persone, nemmeno per tagliare l'erba del giardino, eppure, come fosse accettabile, siedono nel nostro Parlamento e fanno le nostre leggi!

Quando ritornò al potere, nel 2001, Berlusconi disse che una sua priorità era quella di "riscrivere i codici". Si trattava di far passare leggi che diminuissero il più possibile il potere dei magistrati, in modo tale che anche i giudici più onesti e capaci non potessero in alcun modo contrastare né la mafia né la corruzione politica. I progetti di legge furono diversi, ricordiamo, ad esempio, quello per sottrarre al controllo dei magistrati la polizia giudiziaria (legge Mormino) o quello che avrebbe consentito di revisionare i processi (anche quelli con sentenza definitiva) celebrati prima dell'approvazione del "giusto processo" (legge Pepe-Saponara). Questa legge avrebbe permesso ai mafiosi condannati all'ergastolo di rifare i loro processi.
All'allora ministro della Giustizia Roberto Castelli premeva che il carcere per i mafiosi non fosse duro: "41 bis, nessuno sarà condannato al carcere duro a vita". (7) "(Occorre) evitare forme di carattere vessatorio (il 41 bis sarà applicato) solo nei casi in cui è strettamente necessario".(8)
Tale riformismo è stato guardato con inquietudine da molte persone, per i pericoli insiti nel voler controllare e sottomettere il potere giudiziario. Come fece notare il Giudice della Corte Costituzionale Gaetano Silvestri, durante la Conferenza "Riforma della giustizia e difesa dei diritti", svoltasi a Brescia il 19 maggio del 2005: "Le stesse persone che hanno fatto la legge potrebbero interpretarla ed applicarla non a garanzia dell'universalità dei cittadini, ma a garanzia di quel gruppo dominante che le ha espresse".

E' nota la vasta campagna, portata avanti per anni nel nostro paese, di delegittimazione dei magistrati che hanno il coraggio di fare il proprio dovere anche quando si trovano di fronte a personaggi che fanno parte dell'oligarchia di potere. L'élite dominante cerca di far credere che ci sia qualcosa che non va in chi è moralmente integro, propugnando metodi che mirano a mettere in cattiva luce chi non è corrotto. Tentano di ribaltare i termini: vorrebbero far figurare i corrotti come gli integerrimi e i magistrati onesti come i corrotti. Avendo nelle mani un immenso potere mediatico riescono a veicolare le notizie funzionali a tale inganno.
Ad oggi, nel nostro paese i magistrati integri e coraggiosi vengono perseguitati ferocemente dai mass media e dal Parlamento. Gli esempi potrebbero riempire libri interi. Ricordiamo il caso di Giancarlo Caselli. Il 15 dicembre 2005, alla Casa della cultura di Milano, Caselli presentò il libro "Un magistrato fuori legge", in cui racconta la sua sconcertante storia. Nel libro si legge: "Sono l’unico magistrato italiano al quale il Parlamento ha dedicato espressamente una legge. Una legge contra personam che mi ha espropriato di un diritto: quello di concorrere alla pari con altri colleghi, alla carica di Procuratore nazionale antimafia”. La "colpa" di Caselli è stata quella di istruire il processo a Giulio Andreotti. Col solito metodo mediatico di ribaltamento dei termini, il magistrato diventò in breve tempo una specie di personaggio infame, mentre Andreotti figurava come vittima.

Un altro attentato alla giustizia avviene attraverso i tagli alla spesa pubblica, che hanno diminuito significativamente i fondi destinati alla giustizia. I magistrati sono oggi costretti a lavorare senza il minimo necessario, come la carta, il fax e la manutenzione del computer. Limitare i mezzi finanziari significa umiliare, mettere in gravi difficoltà un settore fondamentale per la tutela dei diritti e la democrazia.
Il 17 luglio scorso, durante la trasmissione "W l'Italia" di Riccardo Iacona, sono intervenuti i magistrati Nicola Gratteri e Luigi De Magistris, che hanno chiaramente parlato di grave pericolo per lo Stato di Diritto. Gratteri ha detto: "Lo Stato ha tradito... il confine fra Stato e antistato non c'è più". Lo stesso magistrato ha denunciato quanto sia d'ostacolo la legge sul patteggiamento allargato e il grave regresso delle leggi sulla lotta alla mafia.
In un paese realmente democratico cosa sarebbe dovuto accadere se un giudice della Repubblica avesse denunciato che "Non c'è più confine fra Stato e antistato"? Le persone che stanno in Parlamento, se fossero motivate al benessere del paese, avrebbero risposto allarmate e proposto un pacchetto di leggi adatte a combattere efficacemente la 'Ndrangheta, dando priorità a questo gravissimo problema. E invece cosa è successo? Nessuno ha risposto, silenzio assoluto. Un silenzio assai eloquente.

Neppure il nostro presidente della Repubblica, che si dilunga spesso in prediche di stampo paternalistico, ha sentito l'esigenza di dire qualcosa. Di fronte alle questioni cruciali per il futuro del paese, le nostre autorità non parlano, non vedono e non sentono. Si comportano come se non dovessero dare alcuna spiegazione al paese, come se non ci fosse alcuna responsabilità, come fossero anche loro semplici cittadini. Cosa occorre per far loro assumere le responsabilità delle loro cariche? Il Presidente della Repubblica, il Presidente del Consiglio e il Ministro di Grazia e Giustizia vogliono continuare a nascondere che l'Italia è ormai completamente piegata al potere mafioso/massonico manovrato da chi sta a Washington?
Il faccione benevolo di Prodi non serve a far dimenticare a chi vive in Calabria, in Sicilia o in Campania cosa significa subire la devastazione dell'economia, dell'ambiente e della fiducia nel progresso civile. Questa sofferenza che gli italiani provano, vittime in vari modi della mafia, non è inevitabile. Infatti, se riuscissimo a cacciare definitivamente tutti i partiti manovrati dall'alto e i loro burattini, la mafia sarebbe distrutta nel giro di pochi mesi, perché essa si regge grazie al sistema e senza tale protezione non avrebbe più alcuna forza. Se non fosse stata sostenuta dal sistema, la mafia sarebbe stata distrutta dal pool Antimafia, che stava aprendo il vaso di Pandora per portare alla luce tutto il marciume del sistema che regge la mafia: banche complici, holding internazionali mafiose, ecc. La mafia è un coacervo di malvagità, destinato a creare altra malvagità, sofferenza e involuzione spirituale e morale. Essa stimola la rabbia o la paura, costringendoci ad una situazione di mancata serenità, che incide sulla qualità dell'esistenza e sulle possibilità di sviluppo interiore. Essa è assai utile al potere ma è gravemente nociva per l'intera collettività. L'appoggio che la mafia ha da parte delle nostre istituzioni non può e non deve essere tollerato, occorre prendere le distanze da chi permette alla mafia di continuare ad avere potere sul nostro paese. Queste persone sono complici di chi ha ucciso Falcone, Borsellino e tantissime altre persone oneste e coraggiose.

L'attuale sistema partitico garantisce che una percentuale molto alta di deputati e senatori rimarrà invariata a lungo, e ogni elezione apporta minimi cambiamenti che non saranno affatto determinanti. Questo significa che solo pochissime persone, come Giuseppe Lumia, lotteranno per mettere la lotta alla mafia fra le priorità del Parlamento, ma ciò sarà vano, perché la stragrande maggioranza dei parlamentari non sosterrà la loro battaglia. Le elezioni, dunque, non cambiano nulla finché si è all'interno dell'attuale sistema partitico, in cui tutti i grandi partiti sono controllati dall'oligarchia dominante, che non ha alcun interesse ad eliminare la mafia, ma ne ha moltissimo a mantenerla forte e potente.

Una cosa è certa, se vogliamo continuare ad avere una criminalità organizzata forte e ricca dobbiamo appoggiare ancora l'attuale sistema partitico, in cui la maggior parte dei candidati sono a servizio del gruppo egemone, ossia di coloro che stampano le banconote caricandone il valore nominale sul nostro debito e che fanno le guerre per difendere il loro potere ovunque. Queste stesse persone hanno bisogno dei mafiosi per sottomettere i popoli più "ribelli" e per portare avanti i traffici illeciti (traffico di droga, contrabbando, estorsioni, ecc.). Sostenere l'attuale sistema politico equivale a sostenere la mafia e le guerre. Durante le campagne elettorali, i partiti hanno come obiettivo primario di convincerci che con le nuove elezioni le cose cambieranno, promettendo riforme importanti che puntualmente disattenderanno. Dopo ogni elezione, andranno in Parlamento, per la maggior parte, coloro che c'erano già, e i nuovi sono stati scelti dagli stessi partiti (nel momento in cui li hanno candidati), che non metteranno mai in Parlamento (essendo controllati dall'élite) molte persone decise a cambiare le cose. Di queste ultime ne bastano poche unità, talmente poche da non avere alcun potere. Il sistema di far eleggere pochissime persone "rispettabili', ossia migliori moralmente delle altre è una vera e propria tecnica, utilizzata persino in Iraq e in Afghanistan. Serve ad illudere e a suscitare fiducia in un sistema che è compromesso alle radici, per evitare che risulti troppo evidente che l'unica via d'uscita consiste nell'estirparlo come si fa con un'erbaccia o con cancro che divora l'organismo.

Quasi tutte le persone che eleggiamo, scelte dai partiti attuali, non saranno mai a servizio della collettività, appartenendo ad un sistema politico che ha il fulcro nell'appoggio al gruppo che detiene il potere finanziario ed economico. Eleggendo queste persone diventiamo loro complici, e le autorizziamo, seppur indirettamente e illudendoci di fare il contrario, ad approvare leggi che provengono dal sistema stesso, il cui unico scopo è quello di autoperpetuarsi. In altre parole, le elezioni servono a far credere che i politici sono i rappresentanti del popolo, e che opereranno per l'interesse dei cittadini. Dato che ciò non è vero, si tratta di una truffa.
Si può scegliere fra la mafia o la lotta antimafia. La scelta avviene ogni giorno, nella misura in cui decidiamo di sostenere l'attuale sistema, diventandone complici, oppure di prenderne le distanze, ripudiando ogni tipo di sostegno.


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NOTE

1) Natoli Gioacchino, "L'organizzazione giudiziaria antimafia: una lunga battaglia", relazione al Convegno "Mafia e potere", Palermo, 19 febbraio 2005.
2) Pantaleone Michele, Mafia e droga, Einaudi, Torino 1979, p. 72.
3) La Repubblica, 28 maggio 1992.
4) Nicastro Franco, Mafia, 007 e Massoni, Edizioni Arbor, Palermo 1993, pp. 110-114.
5) http://www.pmli.it/inchiestaloggiamassonicacoperta.htm
6) http://www.pmli.it/inchiestaloggiamassonicacoperta.htm
7) Il Giornale, 25 luglio 2002.
8) La Padania, 9 novembre 2002.
 
 
 
Autorizzazione alla pubblicazione gentilmente concessa da Antonella Randazzo a Marco M per pressante.com  
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