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«Tangenti italiane sul gas nigeriano» PDF Stampa E-mail
Italia - Italia
Scritto da Luigi Ferrarella e Giuseppe Guastella   
Domenica 26 Luglio 2009 00:00
 La Procura di Milano mette nel mirino la prima azienda d’Italia, ovvero l’Eni. Secondo il Corriere (articolo a seguire), i magistrati milanesi hanno aperto un’inchiesta su una delle società del gruppo: la ex Snamprogetti, ora incorporata in Saipem. Pesanti le accuse: Snamprogetti avrebbe pagato tangenti - assieme alle altre società che facevano parte di un consorzio internazionale chiamato Tskj - a politici e burocrati della Nigeria. Tangenti che sarebbero servite per ottenere un appalto - da ben 6 miliardi di dollari - per la costruzione di ben 6 impianti di estrazione e stoccaggio gas, nel giacimento di Bonny Island. Scrive il Corriere che il giacimento oggetto delle presunte ricche mazzette (182 milioni di dollari) è “da anni al centro del conflitto tra le forze governative e i guerriglieri che si battono contro lo sfruttamento del delta del Niger”.
 
Di qui non una, ma due domande. Primo: come può essere che una società del gruppo Eni - che fa capo al ministero del Tesoro (che ha il 20% delle azioni) paghi delle stecche ai politici di un altro Paese? E secondo: ma non è che i “guerriglieri” di cui sopra... che il quotidiano “La Repubblica” descriveva ancora pochi mesi fa con le parole “ribelli” e “rivoltosi” - non c’avevano e non c’hanno tutti i torti?
 
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In ballo c’è la quota italia­na di tangenti multinazionali pagate sugli appalti del gas in Nigeria: la parte di pertinenza Snamprogetti dei 182 milioni di dollari che il consorzio in­ternazionale Tskj (partecipa­to dall’americana Kbr, dalla giapponese Igc, dalla france­se Technip e appunto dall’ita­liana Snamprogetti) pagò tra il 1994 e il 2004 a politici e bu­rocrati della Nigeria in cam­bio degli appalti da 6 miliardi di euro per i sei colossali im­pianti di estrazione e stoccag­gio del gas liquefatto del giaci­mento di Bonny Island, zona da anni al centro del conflitto tra le forze governative e i guerriglieri che si battono contro lo sfruttamento del delta del Niger.

Reo confesso
Nata in Francia, cresciuta in Gran Bretagna e lievitata negli Stati Uniti, l’inchiesta milanese si nutre delle am­missioni di Albert Jackson Stanley, il top manager che dall’indagine in Texas è usci­to concordando 7 anni di pe­na dopo essere stato al timo­ne della multinazionale ame­ricana Kbr, controllata dalla Halliburton che all’epoca ave­va al vertice Dick Cheney, poi assurto alla vicepresidenza Usa nell’era Bush.

«31 Luglio 2004»
Ma le diversità degli ordi­namenti giudiziari fanno sì che l’indagine milanese abbia ora tempo proceduralmente ancora utile per scandagliare soltanto l’ultima fase dell’affa­re: e cioè la sottoquota di tan­genti pagate dal quadricon­sorzio multinazionale in rela­zione al contratto del 31 lu­glio 2004 per il sesto impian­to (denominato «treno 6»).

Prescrizione
Due le persone indagate, manager della ex Snampro­getti (attuale Saipem), ma so­lo per il periodo 2002- 2004. La data estiva della perquisi­zione — affidata quasi in ex­tremis dai pm Fabio De Pa­squale e Sergio Spadaro alla Guardia di Finanza, alla Poli­zia e agli esperti informatici della sezione della Procura— segnala invece che l’acquisi­zione di documenti operata dai magistrati serve anche a valutare se iscrivere nel regi­stro degli indagati la persona giuridica della società del gruppo Eni: evento infatti an­cora possibile soltanto per 13 giorni, prima che si consumi interamente il termine di 5 anni oltre il quale si prescrive la responsabilità amministra­tiva delle società per reati commessi dai dipendenti nel­l’interesse aziendale (legge 231 del 2001). I manager indagati dell’al­lora Snamprogetti sarebbero stati quelli più vicini al comi­tato direttivo del consorzio Tskj, la sede decisionale dove secondo Stanley si concorda­va di usare il paravento di «contratti di consulenza» co­me «canali di corruzione» dei vertici nigeriani attraverso una doppia intermediazione dei soldi: prima dal consorzio a un trio di società costituite dal consorzio di imprese nel paradiso fiscale portoghese di Madeira; e poi da esse ad altre due aziende che smista­vano i pagamenti ai politici nigeriani su conti svizzeri e monegaschi, ovvero la Tri-star di un avvocato d’affa­ri inglese a Gibilterra (Jeffrey Tesler, arrestato in Gran Bre­tagna) e una azienda giappo­nese di pubbliche relazioni. Nel febbraio scorso, la Kbr-Halliburton ha concorda­to con il Dipartimento di Giu­stizia di Houston (Texas) una multa di 579 milioni di dolla­ri da pagare allo Stato e alla Sec (l’equivalente americano della Consob), ammettendo che il suo ex amministratore delegato Albert «Jack» Stan­ley aveva pagato tangenti in Nigeria. Stanley ha pure am­messo, e accettato 7 anni.

Cabina di regia
Che le tangenti siano state pagate, dunque, appare fuori discussione. Quel che però la ex Snamprogetti del gruppo Eni nega è di aver mai sapu­to, e tantomeno condiviso, che il consorzio internaziona­le al quale partecipava le aves­se pagate. Sul punto, però, Stanley negli Stati Uniti ha af­fermato che la cabina di regia («steering committee») del comitato direttivo del consor­zio Tskj «prendeva le più im­portanti decisioni per conto della joint venture, inclusa la scelta se ingaggiare consulen­ti che assistessero il consor­zio per ottenere i contratti, chi pagare come consulenti, e quanto pagarli. Profitti, introi­ti e spese, incluso il costo de­gli agenti, furono divisi equa­mente tra i quattro partners» del consorzio Tskj. Generali d’oro Ma a chi andò questo fiume di soldi? Dalle carte di inchie­sta emerge il ministro nigeria­no del Petrolio dal 1995 al 1998, Dan Etete, condannato a marzo dalla Corte d’Appello di Parigi a una multa di 8 milioni di euro per aver incassato 15 milioni di dollari in tangenti che aveva utilizzato per acqui­stare alcuni immobili in Fran­cia, compreso un castello. Ma molto di più, secondo quanto si legge nelle carte dell’indagi­ne americana, sarebbe stato pagato al generale Sani Aba­cha, morto nel 1998 dopo aver governato con il pugno di ferro la Nigeria dal 1993: a lui sarebbero andati, tramite l’avvocato di Gibilterra, dai 40 ai 45 milioni di dollari. Il presi­dente nigeriano fino al 2007, Olusegun Obasanjo, avrebbe inoltre ricevuto nel 2002 circa 23 milioni; mentre il generale Abdulsalami Abubakar, presi­dente per un solo anno, di mi­lioni ne avrebbe comunque in­cassati 2,2 sul suo conto sviz­zero.

«Collaborazione»

Fonti difensive del gruppo Eni non hanno commentato ie­ri i presupposti della perquisi­zione, mentre fonti dell’azien­da ribadiscono la doppia posi­zione che il «cane a sei zam­pe » aveva rappresentato due anni fa quando negli Stati Uni­ti era stato chiamato indiretta­mente in causa dall’esito del­l’inchiesta americana sulle tan­genti. Primo: società dell’Eni non hanno mai pagato tangen­ti per gli appalti in Nigeria. Se­condo: «fin dal giugno 2004» il gruppo Eni ha offerto agli in­quirenti americani e alla Sec «collaborazione volontaria», anche «con la consegna di do­cumenti interni» sull’appalto.

 
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