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Israele, notizie in breve PDF Stampa E-mail
Scritto da vichi   
sabato 29 marzo 2008
 Un uomo di fede.
E’ lecito presumere che anche un rabbino, in quanto uomo di fede, sia persona mite e pia, ben disposta verso il suo prossimo, ma non sempre è così.
E allora accade che il rabbino capo di Safed, Shmuel Eliyahu, inviti il proprio governo ad una “orribile vendetta” contro gli Arabi a seguito del recente attacco alla scuola rabbinica Mercaz Harav, al fine di ristabilire il potere di deterrenza israeliano.

E cosa propone il buon rabbino, in un articolo scritto per una newsletter distribuita nelle sinagoghe di tutto il Paese? E’ molto semplice: “appendere ad un albero i figli del terrorista che ha compiuto l’attacco alla yeshiva Mercaz Harav”.

Magari con un cartello al collo con la scritta “banditi”, come si usava ai bei tempi andati…


Qualcuno di recente ha dichiarato – in una lettera in cui si spiegavano i motivi della propria conversione al cattolicesimo – che l’Islam è una religione “fisiologicamente” violenta.

Beh, alla luce delle dichiarazioni di certi rabbini, forse poteva dare uno sguardo anche all’ebraismo!

Le incredibili dichiarazioni di Tzipi Livni.
Nel corso di una conferenza organizzata ieri a Gerusalemme, il ministro degli esteri israeliano Tzipi Livni ha avuto modo di dichiarare che le operazioni dell’esercito israeliano a Gaza non ostacolano il processo di pace ma, al contrario, aiutano a farlo progredire.

Ne saranno senz’altro lieti i familiari e gli amici dei 124 Palestinesi uccisi durante l’operazione “Hot Winter”, e in particolare i 31 bambini massacrati dai macellai di Tsahal tra il 27 febbraio e il 2 marzo di quest’anno: il loro sacrificio non è stato vano, ma è servito a far “progredire” il processo di pace!

La Livni si è anche lamentata del fatto che esiste “un enorme e intollerabile divario” tra chi sono gli Israeliani e quali sono i loro valori, e l’immagine di Israele nel mondo.

Chissà mai perché!

La centodiciottesima vittima.
A proposito di vittime innocenti, martedì notte è morta a Gaza Jazyiah Abu Hilal, una Palestinese di 65 anni da tempo ammalata di cancro, a cui le autorità israeliane hanno negato il permesso di recarsi all’estero per ricevere le cure mediche adeguate al caso, non disponibili nella Striscia.

Si tratta della centodiciottesima vittima innocente dell’inammissibile blocco imposto alla Striscia di Gaza a partire dal giugno dell’anno scorso, che impedisce ai Palestinesi di poter uscire da Gaza persino per ricevere trattamenti sanitari urgenti e indifferibili.

Si tratta di un bilancio senz’altro incompleto, in quanto, come riferisce l’organizzazione Physicians for Human Rights, molti Palestinesi che conoscono l’attuale situazione ai valichi di frontiera rinunciano a un’attesa estenuante e spesso senza speranza, e preferiscono morire a casa loro.
Non riusciamo a immaginare una forma di punizione collettiva più barbara e disumana di quella di negare ad un malato la possibilità di ricevere le cure mediche che potrebbero salvargli la vita, metterlo di fronte all’angosciante alternativa di un permesso o di una reiezione (ovvero alla possibilità di non ricevere affatto risposta), alternativa che può rappresentare la differenza tra la vita e la morte.

Ma parlare di diritti umani quando si ha a che fare con Israele ormai non ha più alcun significato.
 
palestinanews  

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