RSS e Facebook

Feed RSS di Pressante

Segui Pressante su Facebook

Ultimi commenti

Utenti Online

 28 visitatori e 1 utente online

Statistiche

Utenti : 2742
Contenuti : 1754
Link web : 33
Tot. visite contenuti : 4824708
2741 registrati
1 oggi
20 questa settimana
216 questo mese
Ultimo: arguppogy

Adsense

Forbes e la fortuna di Fidel PDF Stampa E-mail
Politica e Ordine Mondiale - Politica e Ordine Mondiale
Scritto da Atilio Boròn   
Martedì 06 Giugno 2006 19:53
ForbesE’ nota la metafora impiegata da Karl Marx nel Capitale quando, riferendosi al processo di accumulazione originaria e al metodico saccheggio che essa esige, diceva che il capitalismo è venuto al mondo grondando sangue e fango da tutti i suoi pori. Però oggi potremmo completare il ragionamento di Marx con due aggiunte: prima, che anche dopo aver concluso quella fase fondativa il capitalismo continua a grondare sangue e fango in modo ancora più violento e selvaggio di prima.
 
La sua stabilizzazione come modo di produzione dominante nell’economia mondiale invece di attenuare i suoi istinti più aggressivi ha potenziato - in questa sua attuale fase imperialista- la sua crudeltà e la sua vocazione predatoria e sanguinaria fino ad estremi mai visti. 
Secondo, queste caratteristiche si mischiano ad altre: il ricorso sistematico e costante all’inganno, la menzogna e la manipolazione dei cittadini e dell’opinione pubblica. Esempio notevole e recente di ciò è l’ennesimo attacco che la rivista Forbes lancia contro Fidel Castro.
Non è l’unico esempio: in realtà, se facessimo una lista delle menzogne e delle calunnie lanciate dalla classe dominante dell’impero, i loro rappresentanti politici a Washington, i loro sodali nel giornalismo e il mondo intellettuale con i suoi ossequiosi lacché della periferia imperiale (cominciando dall’Europa e seguendo con l’Americalatina) questo articolo raggiungerebbe la dimensione dell’elenco telefonico di Manhattan.
 
Ma, qualcuno potrebbe chiedersi: perché una classe dominante ha bisogno di mentire, calunniare e ingiuriare? Risposta: perché il suo progetto di dominazione mondiale è ogni volta più criticato. E’ rifiutato con le armi in Irak, Afganistan, Palestina; è rifiutato con la resistenza dal crescente policentrismo dell’economia mondiale e il formidabile ascenso della Cina come una delle maggiori potenze; è criticato con sempre più forza nella strategia “battaglia delle idee” che si svolge in gran parte del terzo Mondo, e in particolare in America Latina. E Fidel e Cuba sono stati il baluardo inespugnabile contro il quale si sono schiantati i piani dell’imperialismo per ricostruire il mondo a propria immagine e somiglianza; di dimostrare nella pratica che non esiste altra alternativa e che dobbiamo rassegnarci davanti alla presunta superiorità economica, politica e civilizzatrice dell’impero.
E’ caduto il campo socialista, è implosa l’Unione Sovietica, e la Cina e il Vietnam sembrano essere state sedotte dalla produttività capitalista (anche se molti a Washington hanno seri dubbi circa la sincerità di questa presunta conversione). Però ciò che resta in piedi è Fidel, e Cuba. E, il colmo, il prestigio internazionale della Rivoluzione Cubana - attaccata nella storia, criminalmente bloccata per quasi mezzo secolo come nessun impero ha mai fatto con una piccola nazione ribelle- non solo non si è erosionata ma si è notevolmente rafforzata nel corso degli anni.
 
Oggi in America Latina la Rivoluzione Cubana è più popolare che mai. Hanno fallito clamorosamente le diverse trappole statunitensi che si proponevano di dimostrare l’esistenza pratica -non meramente retorica- delle formule che si stavano saggiando a La Avana: dallo “Stato libero associato” a Porto Rico fino al selvaggio neoliberismo imposto mediante il Consenso di Washington e i TLCs dalla decade finale dello scorso secolo, passando per la “rivoluzione in libertà” di Eduardo Frei padre nel Cile degli anni sessanta, l’Alleanza per il progresso in quella medesima decade, l’appoggio alla feroce tirannia del “libero mercato” degli anni settanta e ottanta –con le migliaia e migliaia di desaparecidos, con gli squadroni della morte, con i manuali degli interrogatori per torturare “scientificamente” e i suoi oltre sessantamila militari allenati nella Scuola delle Americhe - tutto, assolutamente tutto è fallito.
 
E l’America Latina continua ad essere “la terra della grande promessa”, la regione più ingiusta e diseguale del mondo; l’habitat di una collezione di nazioni senza stati che la rappresentino, carente di sovranità e di legittimità popolare. Un insieme di paesi disuniti per l’ardire di successivi imperi e sottomessi al sottosviluppo e alla povertà, e sempre più lontani dalle nazioni sviluppate. Dinnanzi a questo desolante quadro rimane in piedi l’immagine esemplare di Cuba come il paese con il maggior indice di attenzione medica non solo in America Latina ma anche nel mondo; il paese dove non esistono analfabeti, né mendicanti, né “bambini nella strada”, e dove tutti hanno libero e gratuito accesso a un’educazione di qualità, irragiungibile persino a pagamento negli altri paesi della regione. Un paese che produce i migliori sportivi delle Americhe, includendo fra questi nazioni che contano una popolazione venti o trenta volte superiorie a Cuba, perché Cuba è una società migliore, dove la gente si alimenta meglio, si educa meglio, cura meglio la propria salute e la conserva meglio che da qualsiasi altra parte. E per questo ha i migliori sportivi delle Americhe, e in ogni olimpiade mondiale, o in ogni competizione panamericana, gli sportivi cubani battono i loro giganteschi rivali. E per questo che gli sportivi statunitensi sanno che, fatta eccezione per poche discipline, solo Cuba è il rivale da sconfiggere alle gare sportive.
 
Un paese, insomma, dove la democrazia partecipativa, protagonista, diretta, quotidiana, è una realtà che contrasta favorevolmente con le disprezzate “pseudodemocrazie” che prevalgono in America Latina, le quali è ora che si comincino a chiamare con il proprio vero nome: “plutocrazie”, vale a dire, governo delle minoranze danarose per profitto proprio lievemente dissimulato da una leggera vernice elettorale. Una democrazia dove, a differenza della grande maggioranza di quelle che suscitano i tanto accesi elogi della Signora Condoleezza Rice, governanti e governati vivono le medesime condizioni di spartana e dignitosa austerità. Non vi è a Cuba quel degradante spettacolo che è moneta corrente delle elogiate (dalla Signora Rice) democrazie latinoamericane: politici e governanti milionari e un popolo affamato e disperato, abitanti di due mondi separati da una distanza abissale che smentisce brutalmente la retorica presuntamente democratica dei primi. Per tutto ciò è necessario mentire, “costruire consensi” come dice Noam Chomsky, seguire il consiglio di Goebbels quando diceva che a furia di mentire qualcosa sarebbe rimasto nella testa della gente.
 
Mentire per levare prestigio alla Rivoluzione Cubana e al suo leader. Perciò, benché Forbes riconosca che non ha alcuna prova dell’esistenza di un conto corrente bancario di Fidel all’estero, o della quantificazione che fa di questo, inventa la storia che lo descrive come uno dei governanti multimilionari del pianeta. Non hanno altra possibilità che ricorrere a tali calunnie, e chi lo fa è la rivista del mondo degli affari e delle finanze degli Stati uniti, in realtà un maleodorante sottomondo nel quale si lavano centinaia di milioni di dollari all’anno in prodotti di narcotraffico, vendita di armi, traffico di persone e organi umani e tutte le forme immaginabili di contrabbando.
 
Il padrone di Forbes è il signor Malcolm Stevenson Forbes Jr., e conviene fermasi un attimo per conoscere il personaggio.
Steve Forbes è ereditiero di una famiglia che fa parte della tradizionale élite statunitense, un multimilionario amico di George W. Bush e i “falchi-polli” repubblicani e relazionato con vari gruppi di pensiero della destra reazionaria e mezzi di comunicazione come la Fox, formidabile macchina manipolatrice di coscienze creata dalla destra degli USA. Steve Forbes fu in due occasioni precandidato dai settori più reclacitranti del Partito Repubblicano (nel 1996 e nel 2000). Secondo il giornalista statunitense Harley Sorensen in un articolo apparso nel San Francisco Chronicle (“Rich Man Talking”, 10 gennaio 2005) Steve Forbes è un repubblicano di puro ceppo, che con le sue due condidature alla presidenza propose come asse della sua campagna elettorale una politica tributaria che penalizzava i poveri e favoriva i ricchi in un modo molto più radicale di quello messo in atto da George W. Bush. Un vero “Robin Hood al contrario.”
 
La cosa interessante del caso è che a differenza di altri candidati Forbes non rese mai pubbliche le sue dichiarazioni di politica tributaria. Qualche motivo ci sarà stato. Come George W., Steve fu un bambino ricco, ultraconservatore e partitario del militarismo più sfrenato e tanto codardo e corrotto quanto l’attuale occupante della Casa Bianca: approfittando dei suoi privilegiati contatti di classe nel 1969 evase i suoi obblighi alla leva militare durante la Guerra in Vietnam registrandosi nell’innocua Guardia Nazionale dove fece sei mesi di servizio attivo in occupazioni ordinarie: vigilare che si rispettasse la pesca della trota e del salmone nei periodi indicati e monitorare il livello dei fiumi e dei bacini artificiali in epoca di disgelo. Poi passò i seguenti cinque anni e mezzo in riserva mentre cinquemila giovani statunitensi morivano in Vietnam per difendere nel sud-est asiatico i privilegi di classe. Come diceva Jorge Luis Borges di alcuni dei suoi personaggi “questo bravo uomo non ha mai sentito il fischio di un proiettile passare vicino alla sua testa”.
 
Però Steve Forbes non solo dirige una rivista diretta al mondo economico e finanaziario. E’, com’è noto, uno dei direttori della arci-conservatrice Heritage Foundation, uno dei pesi massimi più importanti della destra reazionaria statunitense. In realtà, non solo peso massimo ma anche -e forse principalmente- istanza articolatrice della molteplicità di gruppi fondamentalisti, razzisti, “supermacisti” bianchi, cristiani risorti, militaristi e anti-comunisti che pullulano nella società statunitense. Non sorprende che un individuo con tali qualità sia anche il Presidente Onorario della Fondazione Nazionale Cubano Americana, antica organizzazione terrorista con base a Miami di enorme influenza nella politica domestica e internazionale degli Stati uniti e responsabile di innumerevoli crimini di ogni genere (...) Attualmente, a parte i suoi contributi alla Fondazione Nazionale Cubano Americana, Forbes promuove la difesa dei valori civilizzatori del capitalismo dal suo posto nel Direttorio dell’Università di Princeton, confermando una volta di più l’intimo vincolo che, disgraziatamente, si è stabilito fra i magnati capitalisti e le grandi università americane, in altri tempi rifugio sicuro del pensiero critico di quel paese e oggi mere agenzie di reclutamento di intellettuali e scienziati per metterli al servizio del capitale imperialista.
 
Essere membro del Direttivo della Heritage Foundation, tuttavia, per Forbes non è sufficiente. Poco dopo la rielezione di George W. Bush inviò una lettera alle diverse organizzazioni della destra statunitense dicendo che la battaglia ideologica e politica nella quale erano impegnati poteva vanificarsi se il controllo che esercita la destra si fosse limitato solo alle due camere del Congresso, la Casa Bianca, la Corte Suprema e buona parte della ricchezza del paese. E’ necessario, diceva Forbes, andare molto più in là. Bisogna eliminare i residui dello Stato del Benessere sorto dal New Deal rooseveltiano degli anni trenta; con i sindacati, sempre più dominati da sinistre di diversa foggia; con la Assistenza Sociale; con la permissività in materia di aborto e diritti sessuali; con il progressismo nei mezzi di comunicazione di massa, sempre critico con le posizioni della destra; e con il predominio della sinistra nelle scuole e nelle università statunitensi, che insegna che siamo una società tanto ingiusta da non meritare la lealtà dei suoi cittadini.
 
Riassumendo, Steve Forbes è una delle espressioni più retrograde, aggressive e barbare del capitalismo statunitense. L’attacco compiuto con la sua pubblicazione su Fidel deve essere inteso nel quadro della crociata reazionaria lanciata dalle classi dominanti dell’impero attraverso uno degli strumenti di lotta ideologica, disposta a imporre il proprio piano di dominazione mondiale a sangue, fuoco e menzogne. Nulla sostanzia le sue calunnie. E’ un altro episodio della lunga lotta contro una rivoluzione grazie alla sopravvivenza della quale oggi l’America Latina ha cominciato ad aprire promettenti sentieri di speranza -principalmente in Venezuela e Bolivia- e promesse di un futuro carico di migliori prospettive negli altri paesi della regione. Ma, non è inutile ripeterlo, questo rinascimento della sinistra in America latina non sarebbe stato possibile se Cuba non avesse resistito come ha fatto; e senza una figura come Fidel - chisciottesca nel senso migliore della parola: -lucido, austero, etico, incorruttibile- che anche nei momenti nei quali sembrava che il mondo stesse cadendo, all’inizio degli anni novanta, mantenne inalterata la sua fiducia nel socialismo e nella causa dei popoli.
 
Perciò, un personaggio di tale statura, è attaccato dall’impero senza alcuno scrupolo. Le menzogne di Forbes sono il furioso e impotente latrato dei cani da guardia della borghesia mondiale. Salvo poche eccezioni, i media servili dell’America Latina hanno ripreso la notizia senza altri commenti. Come segnalano fino alla noia le inchieste di opinione fatte nei vari paesi, la credibilità dei grandi media è quasi nulla; e quando si dedicano a parlare male di Fidel e di Cuba, è vicina alla zero. Tornando al Chisciotte, “latrano Sancho, è segno che stiamo cavalcando”.
 

Traduzione perlumanita.it di Marina Minicuci

Nota: Steve Forbes è membro del PNAC.