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Caro Briatore, meglio se la ricordano per il Billionaire PDF Stampa E-mail
Attualità e società - Attualità e società
Scritto da Gian Antonio Stella   
Lunedì 09 Ottobre 2006 21:53
briatoreFlavio «Wandissima» Briatore dice che non ne può più degli «invidiosi» che lo irridono per la pacchianeria di certe sortite esibizionistiche. E ha spiegato alla Stampa che lui, delle bacchettate di Giorgio Bocca («e chi è?») se ne infischia: «Non lo conosco. Ecco a chi dà fastidio l’ostentazione della ricchezza: a chi scrive. È geloso. Ho vinto cinque titoli mondiali, e mi fermo nell’elenco dei miei successi, non voglio vantarmi ma vengo sempre ricordato per il Billionaire. Basta».

 

Che il geometra cuneese ignori l’esistenza di uno dei maggiori giornalisti italiani non stupisce. Dopo il diploma preso con una tesina dal titolo «Progetto di costruzione di una stalla», è probabile che abbia preso in mano un solo libro, a Londra, il giorno che inaugurò una delle sue nuove case.
 
La cronaca di Panorama, che racconta di come un operatore tivù gli avesse chiesto una ripresa davanti alla libreria, resta immortale: «Flavio sceglie un libro finemente rilegato, tenta di aprirlo, non ci riesce. Il libro è finto, le collane di testi alle sue spalle sono finte…». Anche uno che ha in casa libri di segatura e che ha liquidato il padre e la madre con una battuta di magnanima superiorità («Se avessi dato retta ai miei genitori, tutti e due insegnanti, l’Italia avrebbe un insegnante in più»), dovrebbe però leccarsi le dita per come è stato trattato in questi anni dai giornali.

Se non fosse «sempre ricordato per il Billionaire», per i titoli mondiali (chapeau) e per certe vanterie che avrebbero fatto sorridere anche Wanda Osiris (come quando raccontò che per fare il pieno al suo yacht di 43 metri ci volevano 127 milioni di gasolio), Briatore potrebbe essere ricordato anche per altri dettagli.
 
Riassunto rapido: il suo primo lavoro fu quello di tuttofare per Attilio Dutto (padrone della «Paramatti vernici», così sventurata da venir travolta da un crack dopo esser passata per le mani di Michele Sindona e del bancarottiere Florio Fiorini) che saltò per aria su una autobomba messa, disse la leggenda, «dai marsigliesi».
Il secondo, stando alle sentenze, fu quello di procacciare clienti agli eredi dell’impero di bische clandestine di Francio «Faccia d’Angelo» Turatello, cosa che gli costò una condanna in primo grado a 18 mesi a Bergamo e a tre anni a Milano, costringendolo a darsi alla latitanza ai Caraibi dove cominciò la sua rimonta (in attesa dell’amnistia) come rappresentante della Benetton.

Per non dire del nome che gli trovarono nell’agenda ai tempi delle grane giudiziarie: «Genovese 212-833337». Corrispondenti «a un numero intestato alla ditta G&G Concrete Corporation di John Gambino a Brooklin ». E chi erano «quel» Genovese e «quel» Gambino? Due signori, stando agli atti giudiziari, «schedati dagli uffici di polizia americana quali esponenti di rilievo dell'organizzazione mafiosa Cosa Nostra». Per non dire ancora dell’intercettazione in cui parlava di affari nel ’92 con Felice Cultrera, che la Direzione investigativa antimafia considerava l’uomo di fiducia di Nitto Santapaola.

Meglio essere ricordati per il Billionaire, la Formula Uno e gli occhialetti fucsia. Meglio.

 

dal Magazine del Corriere

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