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| Un ragazzino a Guantanamo |
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| Politica e Ordine Mondiale - Politica e Ordine Mondiale | |||||
| Scritto da Antonella Iurilli Duhamel | |||||
| Giovedì 31 Dicembre 2009 00:00 | |||||
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Mohamed Jawad era un ragazzino che viveva in campo rifugiati in Pakistan, i miliziani afgani lo prelevarono e se ne servirono per fargli assumere la responsabilità di aver lanciato una granata contro un’auto militare americana. La confessione fu firmata dalla sua impronta digitale dopo la lettura della propria autodenuncia in una lingua che non poteva comprendere. Gli americani a loro volta lo trasferirono a Guantanano, dove fu tenuto in isolamento e soggetto ad un severo programma di tortura a base di deprivazione del sonno e violenze varie. In men che non si dica... le sue condizioni mentali peggiorarono a tal punto che nel dicembre 2003 tentò il suicidio.
Aveva solo 16 anni quando gli americani lo ospitarono nella famosa prigione, anche se per cavarsela dissero 17, tuttavia la legge americana e quella internazionale prevedono che sotto i 18 anni, i prigionieri siano salvaguardati in luoghi specifici e separati da quelli che ospitano gli adulti. Grazie all’articolo di Stacy Sullivan: ”Il ragazzino dimenticato a Guantanamo” il caso è giunto all’attenzione internazionale. Grazie al lavoro svolto da Human Right Watch, Jawad è oramai libero di ricostruire la sua vita, sperando un giorno di guarire dalle torture subite.
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