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| Politica e Ordine Mondiale - Politica e Ordine Mondiale | |||||
| Scritto da bamboccioni alla riscossa | |||||
| Mercoledì 30 Settembre 2009 00:00 | |||||
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Bene. Le risposte a questa benedetta domanda - “Che cosa ci facciamo ancora in Afghanistan?” - sono state tante. Politici, giornalisti e opinionisti di arte varia ci si sono dedicati per giorni tra prime pagine di giornali e prime serate tivù. Dicendo tutto e il contrario di tutto. Ma oggi Curzio Maltese - giornalista e firma di punta di “Repubblica” - è riuscito a dire qualcosa di più e di diverso. Spiegando che... pace e democrazia e terrorismo c’entravano e c’entrano fino a un certo punto. E che molto, invece, c’entrano le armi. Armi che le aziende tricolori vendono copiosamente. Tanto ai nostri soldati. Quanto - e per quanto faccia male, è bene farlo sapere in giro - a ribelli, insorgenti o resistenti (comunque, insomma, li si voglia chiamare). Maltese parte da un numero che pochi conoscono. E scrive:
Ecco, allora, osserva il giornalista di “Repubblica” che:
Qualche esempio. Maltese ne cita due. Con tanto di nomi, o meglio è il caso di dire di cognomi. Primo:
E secondo (esempio):
Attentati come quello che ha ucciso i nostri soldati? Sì, esatto. Ma di tutto questo - all’indomani della strage di Kabul - quasi non si è parlato. E non lo si è fatto, secondo il giornalista di “Repubblica”, per una ragione molto semplice: “(…) quando si parla di ritiro delle truppe in Iraq e Afghanistan, si parla di perdite di miliardi di commesse militari per l’industria bellica. Lo sa Berlusconi, amico personale di Guido Beretta. Lo sa Barack Obama, molto prudente sulla questione. Gli ultimi presidenti, candidati alla presidenza e primi ministri che hanno annunciato ritiri dal fronte e tagli alle spese militari, sono morti giovani“. Tutto vero? Tutto faso? Difficile dire. Quel che è certo è che il “j’accuse” di Maltese è finito non in qualche angolino in fondo al giornale. Ma direttamente in uno spazio grosso come una cartolina dell’inserto di oggi (”il Venerdì” di Repubblica). E chissà: se fossero esiste - chessò - delle pagine locali distribuite solo su Marte, magari queste poche righe sulle ragioni di Guerra&Pagine sarebbero state confinate lì. In compenso - domenica scorsa - sempre Repubblica, ma in prima pagina, ospitava un fondo firmato dal suo fondatore, Eugenio Scalfari. Titolo eloquente: “Come e perché restare a Kabul”. E giudizi tranchant sui politici italiani più propensi al ritiro: “Bossi vuole che i soldati italiani tornino a casa. Anche Di Pietro ha inalberato lo slogan del ritiro. L’anima populista dell’opposizione. Senza capire che questi slogan puramente velleitari non fanno che aumentare i rischi per i nostri militari: se la presenza italiana in Afghanistan diventasse incerta, gli assalti dei terroristi si concentrerebbero contro il nostro contingente per affrettarne la partenza”. Forse: che parlare di ritiro è pericoloso, lo sanno bene anche a “Repubblica”. P.S. L’articolo di Curzio Maltese - “Non esportiamo democrazia. Ma armi sì”, Venerdì di Repubblica, 25 settembre 2009 - non è ancora disponibile on line. Dovrebbe esserlo - come tutti gli articoli di “Repubblica” - a qualche giorno dalla pubblicazione. E allora, lo metteremo on line.
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