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Miracolo alla Bovisa: i cittadini per (e non contro) i Rom! E il Corriere... PDF Stampa E-mail
Attualità e società - Attualità e società
Scritto da Francesco Zurlo   
Venerdì 21 Marzo 2008 00:00
A seguire: il Corriere della Sera disinforma sulla vicenda
 
Esiste un vecchio adagio sul mondo del giornalismo che dice che “se un cane morde un uomo non fa notizia, ma se un uomo morde un cane allora fa notizia”. Se questo vecchio proverbio fosse ancora valido, probabilmente ieri tutti i giornali avrebbero dedicato amplissimo spazio a ciò che è successo l’altro ieri sera (martedì 18 marzo) alla Bovisa, storico quartiere della periferia Nord di Milano, alle spalle una lunga tradizione operaia, oggi polo universitario in ascesa.
 
Quasi duecento cittadini infatti si sono ritrovati presso la biblioteca di zona per discutere delle questioni legate...
alla presenza nel territorio del quartiere di un’immensa baraccopoli abitata da diverse centinaia di Rom, sorta negli ultimi mesi in una zona abbandonata di via Bovisasca, in conseguenza degli sgomberi di altri insediamenti. Ma non già per esprimere razzistico rifiuto, redigere lunghi cahiers de doléances, ripetere stantii “non a casa mia”, inanellare luoghi comuni, pregiudizi, fanfaronate leghisteggianti. Ma per discutere civilmente, pacificamente, responsabilmente su quali soluzioni trovare al degrado del quartiere e alla convivenza con i cittadini Rom presenti nel campo a pochi isolati da lì.

L’assemblea era stata promossa da tre associazioni del quartiere: Bovisa Verde, l’Associazione “Luca Rossi” per l’educazione alla pace e all’amicizia tra i popoli e il Centro Culturale Multietnico La Tenda (di cui chi scrive fa parte); ma contava anche sull’adesione e la partecipazione di alcune realtà cattoliche e laiche che operano direttamente nel campo Rom per alleviare il disagio abitativo delle persone ivi residenti (la Caritas, i Padri Somaschi e il Naga). In particolare due operatori, rispettivamente della Caritas e dei Padri Somaschi - Sr Claudia Biondi e Valerio Pedroni - erano stati invitati in veste di esperti per approfondire alcune tematiche legate alla presenza dei Rom sul territorio cittadino e per fugare tanti luoghi comuni ed equivoci sulle popolazioni sinti. Inoltre, cosa tanto rara quanto auspicabile in queste situazioni, erano presenti all’incontro anche diversi Rom abitanti del campo in questione.

Ciò che ne è venuto fuori è stato un dibattito eccellente, in cui tutta la zona si è trovata d’accordo su almeno due punti. Innanzittutto il rifiuto dell’equazione Rom=degrado. La presenza dei Rom, stanziatisi su un ex-area industriale dismessa, fortemente contaminata a causa dei residui chimici lasciativi trent’anni fa dall’azienda un tempo proprietaria del terreno, non rappresenta affatto – per i partecipanti all’assemblea - un fattore di degrado, quanto eventualmente il catalizzatore di un degrado decennale che non si è mai voluto affrontare. In secondo luogo il rifiuto netto della politica degli sgomberi ciechi – tanto amata e tanto strumentalizzata (specie in campagna elettorale) da alcuni forze politiche – ed invece la richiesta di una soluzione condivisa e partecipata al problema abitativo dei Rom. Di qui la proposta di un tavolo interistituzionale per risolvere la questione in maniera non emergenziale e non semplicemente “spostando il problema” in qualche altra area della città come in Lombardia si fa ormai da anni. Ed anche la ferma volontà dei cittadini del quartiere di rilanciare una grande campagna di bonifica e di riqualificazione delle tante aree ex-industriali dismesse, presenti sul territorio.

Il campo su cui sorge l’insediamento infatti apparteneva un tempo alla Montecatini-Edison che, nell’abbandonarlo circa trent’anni fa, non procedette mai alla necessaria bonifica, lasciando così il terreno intriso di sostanze nocive (metalli pesanti, oli minerali, arsenico…). Sostanze nocive che gli abitanti del quartiere si trovano a respirare da ormai tre decenni, ma che negli ultimi tempi sono costretti a respirare – in ben più grande concentrazione – anche gli abitanti del campo Rom, stanziato proprio sul terreno contaminato. Campo Rom, al quale oltretutto vengono negati anche i più basilari servizi: la disponibilità di acqua, di elettricità, il ritiro delle immondizie. Circostanze a cui gli abitanti del campo si trovano a far fronte come possono, provocando purtroppo soventi incomprensioni con alcuni residenti. L’ovvia ed elementare pratica igienica di bruciare le immondizie per tenere lontani i topi o di accendere fuochi per riscaldarsi vengono viste da taluni –ignari del livello pregresso di inquinamento della zona – come elementi di ulteriore degrado del quartiere. A ciò si aggiunge lo sciacallaggio di molti che utilizzano da anni impunemente la zona come discarica abusiva e che seguitano tuttora a rovesciare rifiuti e macerie nell’area della baraccopoli – rifiuti che vengono poi ovviamente ingenerosamente addebitati alla comunità Rom.

Di fronte a tutto questo gli abitanti del quartiere hanno preso la decisione responsabile di impegnarsi in prima persona per la soluzione di tutti i problemi sul tappeto. E molti di essi infatti erano presenti anche ieri mattina (19 marzo) nei pressi della baraccopoli quando, verso le 7, sono arrivate le ruspe dei vigili per dar il via ad un’operazione di “alleggerimento” del campo. Non propriamente uno sgombero, ma piuttosto un restringimento del suolo occupato dalle baracche dei Rom, che sono state spostate – senza demolirne alcuna e con la collaborazione degli stessi Rom - ad un’estremità del campo, in posizione meno appariscente. Insomma un’operazione di immagine che ha lasciato completamente inalterato il problema.

Nel frattempo i cittadini del quartiere chiedono che, in attesa di uno sgombero che seppur differito – a quanto pare per l’opposizione del prefetto – rimane imminente, si proceda perlomeno ai più elementari interventi umanitari, come l’erogazione di acqua, l’installazione di servizi igienici e l’attivazione di un servizio di raccolta rifiuti. Ma soprattutto auspicano che venga scongiurata l’ipotesi di una qualche indecorosa soluzione-tampone che veda - come in passato - lo smembramento dei nuclei familiari Rom, con l’offerta di sistemazioni provvisorie a donne e bambini e l’abbandono a se stessi dei capifamiglia.

Quel che è certo è che di fronte a questa straordinaria mobilitazione, a questo interessamento e coinvolgimento di una fetta importante degli abitanti della Bovisa, sfuma lontano l’eco delle polemiche spesso rissose montate ad hoc da leaderini politici razzisti e da media interessati e non certo imparziali. Anche le rimostranze, le raccolte di firme, le petizioni che pure ci sono state marginalmente nel quartiere nelle settimane scorse – ad opera di persone poco avvezze al dialogo ed al confronto - finiscono nell’angolo, nel dimenticatoio, si perdono nel chiacchericcio confuso, in quel calderone di luoghi comuni, di pregiudizi, di incomprensioni, in cui pesca chi rimesta nel torbido e cerca di cavalcare – strumentalmente ed irresponsabilmente – paure e diffidenze tanto ataviche quanto pericolose.

A questo il link il comunicato-stampa rilasciato ieri dalle Associazioni organizzatrici
 
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Lettera aperta pubblicata suIl Manifesto” (edizione milanese) di oggi, 20 marzo 2008.

 

Nell’edizione di ieri, giovedì 20 marzo, sezione Cronaca di Milano, il Corriere della Sera sceglie deliberatamente e spudoratamente di fare disinformazione relativamente allo sgombero (in realtà “allegerimento”) del campo Rom di via Bovisasca, andato in scena l’altro ieri mattina (19 marzo) alle prime luci dell’alba. Nell’imbarazzante articolo, a firma Andrea Galli, si scrive testualmente che: «i residenti della Bovisa, preparatisi dall’alba alla massiccia offensiva, tornano a casa mogi mogi»

Chi scrive - insieme ad altri cittadini del quartiere – era presente e può testimoniare che durante le varie fasi dello sgombero (che sgombero fortunatamente non è stato) non era presente pressoché nessun residente del quartiere favorevole alla rimozione del campo. Erano invece presenti – questo sì – diversi degli abitanti della Bovisa riunitisi responsabilmente la sera prima presso la biblioteca della zona, per trovare soluzioni partecipate e sostenibili al problema della presenza di centinaia di cittadini Rom su un territorio da oltre trent’anni altamente contaminato.

Andrea Galli per motivi non dichiarati – ma facilmente intuibili – decide di travisare completamente la realtà, inventando di sana piana fatti mai avvenuti. Inoltre si concede il vezzo di infiorettare sulla dolorosa vicenda, ricamando intorno ad un vecchietto (di cui si tace ovviamente il nome e del quale non è pertanto assolutamente dimostrabile l’esistenza) che sarebbe stato platealmente disgustato dal “finto sgombero” – per chi volesse un saggio delle indiscutibili doti affubulatorie del cronista del Corriere, è possibile leggere l’articolo a questo link.

Per chi scrive non è difficile individuare a che gioco stiano giocando il Corriere e il suo cronista Andrea Galli. E’indubitabile che il “prodotto” Rom=cattivo/minaccia alla sicurezza sia, allo stato attuale, infinitamente più vendibile e commerciabile dell’eventualità (auspicabile) di una pacifica convivenza tra cittadini Rom e cittadini italiani. Galli e il Corriere, consci di questa tristissima ma innegabile verità, scelgono di puntare sul cavallo vincente anche a costo di violentare la realtà dei fatti, anche a costo di inventare di sana pianta cose mai avvenute, anche a costo di mentire sapendo di mentire. E’ il loro il comportamento più riprovevole per un giornalista – un comportamento che dovrebbe causare ipso facto la radiazione dall’ordine dei giornalisti – ma è anche un comportamento che, in termini biecamente commerciali – paga e molto. A Galli e al Corriere non importa se così facendo si ingenerano spirali d’odio, si incita la gente allo scontro razziale, si tirano fuori a persone – forse altrimenti pacifiche – rancori, invidie, gelosie, in un corsa autodistruttiva verso il peggio. A Galli e al Corriere non importa nella misura in cui esasperare i toni equivale a vendere più copie. E’ il loro un comportamento che, da un punto di vista etico, merita solo disprezzo e riprovazione.

Se esiste come purtroppo esiste anche una Bovisa diffidente, non aperta al dialogo, paurosa – che si oppone alla Bovisa democratica, accogliente, antirazzista che rappresenta invece la bella novità di questi giorni – questa si è limitata solo alle raccolte di firme, alle petizioni e forse ora anche alle lettere di protesta ai giornali. Ma è rimasta al chiuso delle proprie case, non ha avuto - come difficilmente ha, pervasa di egoismo e individualismo com’è - il coraggio di manifestare apertamente le propri (fragili) idee. E pertanto ieri mattina, non era presente quando le ruspe entravano nella baraccopoli di Via Bovisasca. E’ rimasta passiva e marginale, mentre prevaleva – fortunatamente – l’altro lato, accogliente e solidale, dell’ex quartiere operaio della periferia Nord di Milano.