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| Il Precariato e la scoperta dell'acqua calda |
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| Attualità e società - Attualità e società | |||||||||||||||||
| Scritto da Porco Rosso | |||||||||||||||||
| Mercoledì 20 Dicembre 2006 19:35 | |||||||||||||||||
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Prima di tutto, un saluto e una presentazione. E' la prima volta che presto la tastiera a questo sito e sono grato a chi me ne ha dato la possibilità, dimostrando di apprezzare perlomeno la mia prosa. Spero che anche voi lettori di Pressante dimostrerete la stessa benevolenza nei confronti dei deliri che produrrò. Ma veniamo al sodo. Prendo spunto dall'articolo apparso il 18 Dicembre a firma “anonimo” nel sito “Il Barbiere della Sera”, denunciante un avvenimento ormai ordinario in quest'Italia “flessibile”. Per molti sbandieratori dei mantra più in voga in questi anni quali “con la volontà si ottiene tutto”, “bisogna fare la gavetta” e “i giovani non hanno voglia di lavorare”, la lettura di questo articolo potrebbe costituire una tardiva, anche se benvenuta, scoperta dell'acqua calda. L'acqua calda consiste nel fatto che qualsiasi manager di qualsiasi azienda vive un conflitto economico con i suoi dipendenti che oscilla tra la schiavitù della gleba e la cooperativa perfetta. L'articolo, in fondo, ci narra semplicemente la vicenda di un datore di lavoro che decide di tagliare le spese per il personale a discapito della qualità del prodotto. Ma questa notizia è vecchia quanto il mondo!, esclamerete voi. Certo che lo è, ma assume un tono sinistro se si pensa che la legislazione vigente incentiva e promuove iniziative in tal senso. La legge Biagi, non è altro che un apporto legislativo utile a spostare la bilancia in favore dei datori di lavoro, ponendo in una condizione di sudditanza i propri lavoratori. Permettere l'assunzione legale di schiavi accanto a forme più garantite di contratto non può che determinare l'incremento degli schiavi. Io non so se ci sono altre ragioni meno eticamente condivisibili dietro allo sciopero dei giornalisti, ma so di sicuro che l'Italia è un paese dove gli “arrivati” chiudono le porte in faccia a chi “deve arrivare” per mantenere i propri privilegi. E che ciò avvenga mi sembra anche una legge di natura, oserei dire che non ci si può aspettare qualcosa di diverso, fino a che non c'è la volontà politica di creare leggi che minino questi ovvi meccanismi. Naturalmente, a lungo termine, la spinta all'assunzione di personale non qualificato si ritorce contro all'imprenditore, in quanto il prodotto ne soffre in qualità e quindi in prestigio e quindi in vendite. Ma non credo che con l'attuale qualità dei giornali italiani, si avvertirà grande differenza tra Vittorio Zucconi e un signor Nessuno. Non cito Vittorio Zucconi a caso. Tale giornalista, nei mesi passati, ha dato prova, con risposte rozze e di rara brutale maleducazione, indirizzate alle accorate lettere di tanti giovani laureati qualificatissimi che lamentavano la condizione di sudditanza che erano costretti ad accettare anche solo per una vaga promessa di lavoro. Altre volte, ha palesato sulle sue rubriche la concezione secondo cui i giovani sono una massa di “fancazzisti” che vogliono la pappa pronta. Ha usato argomenti in fondo analoghi a quelli usati da chi trovava legittimo frustare gli schiavi se volevano più cibo, generalizzando intere categorie sociali e farfugliando intorno ad una supposta età dell'oro passata in cui la gente "si rimboccava le maniche". Mai che sia sorto in mente ai difensori del “vai a lavurà” che la gente che si rimboccava le maniche aveva spinte esistenziali differenti dalle attuali e prospettive di vita del tutto diverse. Ma soprattutto aveva una età diversa. La condizione di sguattero la viveva a 18 anni e non a 30 e dopo la terza media e non un dottorato o un master. Tuttavia, se si vuole trovare il bandolo di una matassa si deve prima di tutto ammettere che è veramente intricata. Dietro ai giovani di oggi ci sono genitori che hanno lavorato una vita per comprare una casa ed una automobile. Passavano dai campi coltivati a patate ad un'esistenza borghese. Erano motivati da qualcosa di materiale che li spingeva a produrre il miracolo economico degli anni sessanta. Frigorifero, automobile, vacanze al mare. Hanno fatto figli e li hanno mandati a studiare a suon di soldi perché un giorno diventassero "quelli che danno ordini". Purtroppo lo scenario si è mosso mentre gli attori correvano. Un po' come nella favola di Alice nel Paese delle Meraviglie: tu corri, corri e corri, ma il paesaggio si muove con te. Tutti laureati quindi, i nostri cari figli. Ma in un mondo di laureati, un laureato conta quanto un illetterato in un mondo di illetterati. Non tutti possono fare i dirigenti. A pensarci bene, l'illusione di fondo di quei genitori trascurava fin dall'inizio un particolare importante: il lavoro si trasmette per linea dinastica, parentale. E qui le statistiche sono spietate: il 70% degli Italiani dichiara di aver trovato lavoro tramite "conoscenze". La mobilità sociale, ovvero il passaggio da una fascia di reddito più bassa dei genitori ad una fascia di reddito più alta nei figli, in Italia si attesta sul 5%. Cosa vuol dire? Vuol dire che se nasci da un "esecutore di ordini" morirai "esecutore di ordini" non importa quante lauree prenderai. Se a tutto questo poi si aggiunge che l'economia del nostro Paese versa in condizioni pietose, ecco che improvvisamente l'unica conclusione a mio avviso accettabile è che la via d'uscita più saggia prevede una sorta di cambiamento radicale degli obiettivi. Ma qui si va lontano col pensiero e si avverte anche una certa vertigine, si devono prendere in considerazione modelli di sviluppo differenti, forse troppo differenti, quasi in odore di utopia. Una cosa rimane purtroppo certa: in un Paese come l'Italia, con una popolazione ultracinquantenne sproporzionata, con una economia stenterella e con una meritocrazia assente, l'unico modo plausibile di scalare la società è raccomandarsi al politico di turno, continuando ad alimentare la spirale perversa che ci ha portato dove siamo ora. Vedremo cosa succederà quando la generazione odierna si scoprirà senza pensione. Penso che ci sarà di che scrivere, purtroppo. E, a proposito, Vittorio Zucconi è figlio di Guglielmo Zucconi, un signore che faceva il Direttore de “il Giorno”... le coincidenze... RETTIFICA: mi scuso con i lettori, il padre di Vittorio Zucconi rivestiva il ruolo di Direttore de "il Giorno" e non de "il Tempo".
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