| Taranto, una città che non vede il cielo |
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| Ambiente e salute - Ambiente e salute |
| Scritto da Sandro Modeo |
| Mercoledì 22 Luglio 2009 00:00 |
Tiranneggiato dai 220 metri di altezza (il doppio del Duomo di Milano) del camino E-312 o «testa del drago», l'immane agglomerato dell'acciaieria Ilva - gli altri 214 camini, gli altiforni, le cokerie, la discarica detta «Mater Gratiae», le montagne di polvere ferrosa dei «parchi minerali» - sembra strangolare, quasi fagocitare l'intera città di Taranto.  Sintesi di questo amplesso forzato, il vicino quartiere Tamburi, protetto in teoria dalle «collinette ecologiche» e invece sottoposto a una mostrificazione cromatica: i muri rosso-ruggine, le lenzuola nere ai balconi, il cimitero ruggine e nero insieme, coi becchini che a fine giornata devono lavarsi come gli operai dell'acciaieria. Una simile alterazione è il segno di un inquinamento chimico (benzoapirene, mercurio, soprattutto il più alto tasso europeo di diossina) di cui...
l'Ilva è l'attore principale, «comprimari» il cementificio Cementir, la raffineria Eni, l'inceneritore di Massafra.  Un inquinamento che test genotossici hanno ricondotto a co-fattore ambientale nell'aumento del 30 per cento di neoplasie cittadine negli ultimi anni. Indagando sulla Città delle nuvole (Edizioni Ambiente, pp. 160, Euro 14, titolo allusivo a un cielo ormai perennemente opacizzato), Carlo Vulpio ci offre un libro-inchiesta che sembra scritto da un allievo di Zola e di Gogol: di Zola per la visionarietà costante che accompagna il realismo duro della denuncia, di Gogol per gli aspetti surreali e grotteschi di tanta malapolitica e malasanità .  Per un verso, vediamo così emergere i nessi causali tra un percorso molto italiano di storia industriale («quello che va bene per l'Italsider - si diceva a proposito dell' antefatto dell'Ilva - va bene per Taranto») e le sequenze dei drammi attuali, non solo al quartiere Tamburi: allevatori che devono sterminare migliaia di pecore «contaminate»; donne che non possono allattare i figli per il tasso di diossina nel sangue; bambini col carcinoma rinofaringeo come fossero fumatori adulti. Drammi biologici a cui se ne aggiungono di strettamente «psichici»: scioccante la zoomata sul capannone-lager dell'Ilva, dove un management sadico ha concentrato i dipendenti «degradati», facendone - come ha registrato una psichiatra - degli ebeti vaganti, soggetti psicotici ora aggressivi ora gravemente depressi.  Per un altro - ecco i toni gogoliani - vediamo come le responsabilità imprenditoriali e quelle politiche, a livello locale e nazionale, abbiano prodotto patafisici conflitti di interessi (il dottor Nicola Virtù, capo del Presidio di prevenzione dei controlli e presidente dell' Imcor, fornitrice dell'Ilva), crudeli paradossi (l'ospedale Testa, fondato come «colonia elioterapica» per la Tbc, chiuso per le polveri silicee e ora sede dell' Asl) e repressioni strabiche (sequestri di auto senza marmitta catalitica e ispezioni omissive nelle fabbriche). Chi pensasse, però, al libro di Vulpio come a un concentrato di nostalgia anti-industrialista sbaglierebbe. Anzi: uno dei ritornelli consiste proprio nell' invocazione di standard «europei» nelle emissioni e soprattutto di tecnologie meno obsolete a tutela di mansioni suicide: vedi gli operai del «piano coperchi», che inalano - secondo un' indagine chimica disposta dalla procura - l'equivalente di 7.278 sigarette al giorno.  E pensare che per «modernizzare» l'acciaieria basterebbero 100 milioni di euro, il 5 per cento degli utili di due anni. La domanda brutale del libro è allora chiara. Se gli imprenditori agitano il ricatto dello spettro-disoccupazione e i politici (ma anche i sindacati e un'inerte società civile) li assecondano passivamente, ne dobbiamo concludere che la sicurezza e la salute sul lavoro siano degli optional? O meglio, dobbiamo rassegnarci al fatto che la vita dei lavoratori sia solo una variabile della produttività ? Che «i morti che camminano» siano la condizione inevitabile di un sistema senza alternative?  Â
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Tiranneggiato dai 220 metri di altezza (il doppio del Duomo di Milano) del camino E-312 o «testa del drago», l'immane agglomerato dell'acciaieria Ilva - gli altri 214 camini, gli altiforni, le cokerie, la discarica detta «Mater Gratiae», le montagne di polvere ferrosa dei «parchi minerali» - sembra strangolare, quasi fagocitare l'intera città di Taranto.